Less is more: moda o salute?

Fra i prodotti salutistici, quelli che puntano sull’eliminazione di grassi, sostanze non salutari o possibili elementi incompatibili con le esigenze di alcuni consumatori stanno assumendo sempre più importanza. Lo evidenziano anche i dati presentati da Nielsen nel rapporto “Gli italiani e la buona tavola”.

I prodotti identificati come “less is more”, o alimenti “alleggeriti” spesso offrono un vantaggio per la salute, o almeno così vengono percepiti dai consumatori: il 35% di un panel di intervistati li ritiene infatti importanti per l’assenza di colesterolo, di grassi (29%), di sodio (29%), di zucchero (27%),di calorie (22%). Gli italiani, inoltre, sono interessati alle porzioni controllate (21%), senza carboidrati (18%), a basso contenuto di fruttosio (16%), senza caffeina (12%) e senza glutine (11%).

Un interesse che si traduce in precisi trend di mercato. Diversi prodotti presentati come leggeri e più facilmente digeribili sono cresciuti nell’ultimo anno.

Senza grassi
Il segmento sviluppa un giro d’affari totale di circa 25 milioni di euro, rappresentati in massima parte da patatine e formaggi. In entrambi i casi, il prodotto light o delattosato rappresenta il 4/5% del totale del mercato di riferimento. Nell’anno mobile terminante a marzo 2015 i formaggi hanno sviluppato un giro d’affari di 10 milioni di euro, con un incremento del 2% rispetto ai dodici mesi precedenti. Più netto l’incremento delle patatine light, che mettono a segno un +9% raggiungendo gli 11 milioni di fatturato.
Peccato che quattro fra i maggiori produttori del settore, San Carlo, Amica Chips, Pata, Ica Foods, siano stati pesantemente sanzionati dall’Antitrust per aver attribuito a taluni prodotti specifiche caratteristiche nutrizionali o salutistiche non corrette.

Senza lattosio
I prodotti a ridotto contenuto di lattosio sviluppano complessivamente 477 milioni di euro di vendite, in crescita del 15% nei dodici mesi considerati. Il trend più dinamico è quello del latte di riso, con un incremento del 39% per un totale di 29 milioni di euro, seguito dal latte di soia con un +23% (103 milioni di euro) dal latte fresco microfiltrato ad alta digeribilità con un +11% (36 milioni di euro) e dal latte UHT alta digeribilità, che con un +9% totalizza 211 milioni di giro d’affari. Cala invece del 7% il latte fresco.

“Meno glutine”
La definizione del segmento data dal rapporto Nielsen è già emblematica della confusione che regna nel settore, visto che i dati considerati si riferiscono, giustamente, a pasta e biscotti senza glutine.
Il comparto registra un incremento globale del 31%, guidato appunto dai due segmenti citati. La pasta cresce del 33% attestatosi su un volume d’affari di 23 milioni di euro annui, contro gli 874 milioni della pasta di semola che registra una flessione dell’1%. I biscotti mettono a segno un +34% per un totale di 14 milioni di euro, contro i 993 milioni degli analoghi prodotti convenzionali, anch’essi in flessione dell’1 per cento.

I risultati delle patatine, che premiano sostanzialmente claim che non coincidono con il reale contenuto salutistico dei prodotti, indicano un comportamento “emozionale” di un consumatore fortemente influenzabile e poco attento, o poco capace, di leggere e interpretare le etichette degli alimenti.

L’attenzione alla salute è un fenomeno di moda? Lo lasciano supporre anche i dati del senza glutine, che superano di gran lunga quelli attesi in base all’incidenza della celiachia in Italia, che si attesta intorno all’1%.
Il caso degli Stati Uniti è emblematico: meno dell’1% della popolazione è celiaca, il 6% è ipersensibile o intollerante ma ben il 30% degli americani adulti sceglie di evitare il glutine. C’è addirittura chi parla di una “bolla” del senza glutine che finirà per sgonfiarsi. Di certo, siamo di fronte a un mercato gonfiato nelle dimensioni e nei prezzi, che nei prossimi anni dovrà stabilizzarsi su valori più attinenti alla realtà.